Meeko

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Il sole si levò alto su Chronos: una nuova alba dava inizio all’ennesima giornata di caos e devastazione, che, lentamente, si stavano impossessando di quel territorio, allungando le loro oscure dita, avanzando sempre più nella loro impresa di stringere quel mondo nelle proprie mani. Come ormai successo già in molti luoghi, la rovina si stava impossessando anche della foresta di Shekhn, che, pezzo dopo pezzo, stava perdendo forza e vitalità, a vantaggio di un nemico tanto subdolo quanto potente, spesso e facilmente annidato nella profondità dell’animo delle più svariate creature che popolavano Chronos.        

Proprio nella foresta, quel giorno, qualsiasi orecchio, magico o meno, avrebbe potuto udire distintamente grida forsennate, cori d’incitamento e clangore di spade e scudi che si scagliavano le une contro gli altri, mentre solo gli antichi alberi assistevano, impotenti, ai gemiti di chi inalava gli ultimi respiri o alle disperate preghiere di chi avrebbe voluto farlo, ben consapevoli di non poter arrestare quella disgrazia e di non poter più proteggere le entità che dimoravano lì ormai da secoli.

La vegetazione, alta, variegata e rigogliosa, così come il suo popolo, ricco di animali, bestie e creature delle più svariate forme e colori, lasciava il posto a scene macabre e desolanti, costellate da sangue, distruzione ed intere aree ridotte all’ombra dello splendore che una volta erano.  I luoghi ancora salvi da tale scempio venivano strenuamente protetti dagli alberi più antichi, pilastri della salvaguardia della foresta, e dalla loro rete di comunicazione, ma ben poco potevano contro la follia dei cuori corrotti dal male di uomini che si apprestavano incessantemente a raid esplorativi, sempre più violenti ed incalzanti.

Nei pressi di una delle radure superstiti imperversava uno di questi scontri: l’odore del sangue, così come i rumori sempre più forti e cruenti stavano mettendo in fuga ogni creatura che si trovasse nei paraggi, persino le più maligne. Bestie di ogni tipo scappavano in ogni direzione ed alla massima velocità, chi volando, chi strisciando, chi correndo quasi senza darsi il tempo di respirare; l’unica cosa che accomunava tutti era l’allontanarsi dallo scontro: la destinazione non aveva alcuna importanza, ovunque sarebbe stato meglio che restare lì ad attendere una morte certa e dolorosa.

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Soltanto un individuo, un druido di circa trent'anni e dal viso segnato dalle difficoltà affrontate, si distaccava dal coro, andando in direzione opposta, cercando di avvicinarsi alle lotte, come se qualcosa lo stesse chiamando a sé.

Nella radura, ai piedi di un albero secolare, dalla corteccia spessa e rugosa, pregna di resina, stava spuntando una gemma, ancora nascosta dalle foglie di una felce di notevoli dimensioni. Sembrava si elevasse verso il mondo, verso la vita, con un’energia vitale non comune, come se dovesse farlo.

Non importava che ci fosse un sentiero da seguire o meno, l'uomo continuava ad addentrarsi nella foresta, i rumori sempre più vicini, il passo svelto e silenzioso, simile a quello di un grande felino durante una battuta di caccia, pronto ad attaccare con la massima potenza, senza farsi sentire dalla propria preda.

La gemma continuava a crescere, con rapidità inconsueta, quasi volesse bruciare le tappe, quasi fosse un bambino che vuole disperatamente crescere e diventare adulto ed avesse trovato modo di farlo. Iniziavano ad intravedersi le sue parti, era quasi in procinto di schiudersi, i sepali verde brillanti, già tesi, lasciavano intravedere dei petali di un vivo color violaceo, a tratti tendente al rosa, a tratti al blu.

Il druido continuava a correre verso la radura, ben consapevole dell’importanza di arrivare lì il prima possibile, prima che chiunque potesse vederlo in campo aperto. Non era più necessario pensare a dove mettere i piedi, a quale strada seguire, ad evitare ostacoli non previsti sul terreno: sembrava che il suo corpo già sapesse e si muovesse di conseguenza, le gambe si muovevano da sole, i forti muscoli scattavano ad ogni falcata, spingendolo in avanti quanto più possibile, quasi fossero balzi di una fiera.

I sepali dischiusi, i petali ormai ben visibili, il grande fiore stava iniziando ad aprirsi, emanando una delicata luce, come avesse una lanterna al suo interno. Lentamente, uno alla volta, i petali si dischiusero armonicamente, quasi danzassero, creando un susseguirsi di colori particolarmente suggestivo.  Al centro dell’enorme infiorescenza, appallottolata su se stessa, stava un’entità dall’aspetto insolito: coda di rettile, corpo di giovane donna, con scaglie e macchie sparse, di colore verde - così adatto a passare inosservata nei boschi -, grandi occhi giallo-verdi e capelli di qualsiasi sfumatura di verde e blu. Non appena venuta alla luce, la giovanissima creatura decise di rannicchiarsi su di sé, restando protetta dal fiore, emettendo qualche suono con la voce appena venuta al mondo, ancora al sicuro, sotto la grande foglia di felce.

Il druido accelerava ad ogni falcata, sentiva di essere ormai vicinissimo alla meta, era solo questione di pochi attimi. Si affrettò nel percorrere gli ultimi metri rimasti, senza far rumore, ma con tutti i sensi pronti ad avvertirlo al minimo segno di stranezze o pericoli, pronto a difendersi con tutto se stesso, se fosse stato necessario farlo. Con un balzo, superò le contorte radici di un albero secolare, le ultime che lo separavano dalla radura, l’ultimo confine da superare per giungere alla meta.

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Non appena i suoi piedi toccarono il terreno, si accucciò, per attutire gli effetti del salto e non fare rumore. Scostò dal viso una foglia di felce enorme, appartenente ad una pianta certamente molto antica, eppure non si accorse dell'insolito bagliore proveniente dai piedi del secolare albero, appena superato, preso com'era dall'imperversare del caos, che lo circondava. Spostò lo sguardo dritto davanti a lui, ben deciso a non farsi sorprendere dai pericoli della foresta. Sorrise.

Era esattamente dove doveva essere...