Ambientazione

Iacopo updated 7 months ago

IL MANOSCRITTO DI JIRASHI

USI E COSTUMI DELLE RANE DEL GIAPPONE

Benevolo Imperatore Komei, come da lei richiesto, mi accingo a redi-gere un opera in cui si indaga sull‟origine della nostra società e delle re-gole che la governano. Come da Lei richiesto cominciamo dall‟inizio, dal tempo prima del tempo.

Nell‟anno imperiale 940 (altri calendari barbari ritrovati indicherebbero questo anno come il 1600) il più grande e maestoso dei Titani, il pos-sente Tokugawa Ieyasu, prendeva parte alla spietata battaglia di Sekiga-hara, sbaragliando ogni opposizione alla sua pretesa al titolo di Shogun. Tre anni dopo, alla vigilia della sua ufficiale presa di potere, avvenne il dramma che ancora oggi tutti noi ricordiamo, il giorno nefasto dell‟apertura della spaccatura nel tessuto della realtà che chiamiamo Il Vortice. Posso solo immaginare lo sconcerto e il dolore che provarono i Titani, pur nella loro immensa forza, quando gli Oni si riversarono sul Giappone; una infinita quantità di esseri composti da puro risentimento e rabbia, il cui unico scopo era distruggerli. I resoconti che abbiamo ri-trovato degli anni immediatamente seguenti sono molto confusi, parla-no solo di grandi battaglie, quasi sempre a favore dei demoni (in chiu-sura presento una parte di un documento dei titani, illeggibile per me). Quello però che è emerso chiaramente è che in quel periodo la magia che noi padroneggiamo naturalmente ha fatto il suo ingresso nel mon-do; i Titani hanno fatto molta fatica, e molti sacrifici, per riuscire a ma-nipolarla a sufficienza per pensare di usarla in guerra contro gli Oni. Pur tuttavia, questo vantaggio sembrò comunque non essere sufficiente per loro. Se avessero avuto pazienza avrebbero forse avuto ragione dei loro avversari? Non lo sapremo mai, la storia andò diversamente.

All‟alba dell‟anno imperiale 945, un giorno di Fuyu (o Inverno, come viene chiamato dal popolo oggi giorno), gli Shugenja Titani eseguirono il complesso Rituale del Risveglio. Sappiamo che il loro scopo era di dare coscienza a tutti gli animali che popolavano il Giappone per avere l‟aiuto decisivo nella loro guerra; sappiamo anche che però commiserò un grande errore. Nessuno sa di preciso cosa andò storto, ma l‟esito è davanti a tutti; loro relegati a una condizione selvaggia, senza intelletto e preda dei loro istinti, e noi invece custodi di una cultura e di un intellet-to millenario. Siamo la specie benedetta, unica a poter manipolare la mutevole magia, prescelti dalla Dea del Sole per governare sulle altre bestie, risvegliate o no

Questo, mio Signore, è quello che dice la leggenda. Adesso vediamo cosa dice del Tempo all‟inizio del tempo

All‟inizio le rane risvegliate, come tanti altri animali, fecero molta fatica ad abituarsi ai loro nuovi corpi. La mente, abituata a corpi di Titano, si era ritrovata a gestire un corpo piccolo e molle che non riusciva a stare eretto, aveva bisogno dell‟acqua per vivere e, cosa di non scarsa impor-tanza, era sprovvisto del Pollice Sacro. Il risveglio degli altri animali, so-prattutto i predatori, era stato in generale più facile; chi aveva ali per vo-lare e un becco aguzzo, chi lunghe gambe e artigli terribili. Noi, invece, abbiamo dovuto sudare.

Nella prima generazione di rane ci fu un genio visionario, di cui nessu-no ricorda il nome (ancora non avevamo imparato a modulare suoni con questa voce), che imbrigliò le correnti della magia e creò il primo Yubi. Il primo Yubi era un costrutto di pura magia ma servì alla costru-zione del secondo, un piccolo pollice intagliato nel legno, tenuto alla mano da due tendini legati tra loro. Avevamo di nuovo il Pollice Sacro. Da li in poi le cose migliorarono sensibilmente; costruimmo delle strutture per difenderci dai predatori, allenammo il nostro palato a modula-re dei suoni con cui comunicare, i quali divennero parole con il passare del tempo; mano a mano imparammo a muoverci eretti. Tempi difficili ma grandiosi; la memoria dei Titani era ancora forte in noi, costruim-mo le quattro grandi accademie e perfezionammo l‟arte della spada a-dattandola alla nostra nuova forma, nacquero grandi città sospese sull‟acqua come ninfee, prima di tutte la grande Tobato, culla della co-noscenza.

Suo bis-nonno, primo nel nome di Komei, prese il potere in quel peri-odo. Dovevamo difenderci dall‟attacco continuo dei predatori e non ci fu molto tempo per decidere chi dovesse assumere il comando. Le guerre sanguinose comuni nel tempo prima del tempo non si sviluppa-rono mai, il pericolo dall‟esterno era troppo grande; scegliemmo quindi il generale più astuto e il guerriero più forte, il quale prese il nome di Imperatore Komei. Diversamente dalla figura con lo stesso nome tra i Titani, il nostro Imperatore era un capo forte; abbandonò le velleità ri-tuali per prendere su se stesso tutto il potere militare e politico. In tem-pi difficili ci serviva un capo forte, parte Imperatore e parte Shogun, un vero e proprio Dio Guerriero.

Al tempo penso che il trauma più grande fu scoprire che non tutti i no-stri girini fossero risvegliati come noi; solo una piccola parte di loro ac-quistava coscienza durante lo sviluppo. Nacque da li la prassi che fosse l‟anziano del villaggio a dare un nome ai girini, e solo dopo la metamor-fosi in rane. Il dolore di vedere i proprio figli degli animali selvaggi sen-za intelletto era troppo grande; le rane non risvegliate (selvagge) veniva-no liberate nell‟ambiente circostante, libere di fare la propria vita, esat-tamente come adesso.

Con il passare degli anni la mente si è sempre più abituata al corpo, co-sì come il nostro corpo si è sempre più abituato alla nostra mente.Pensiamo più da rana e abbiamo la postura di un Titano…spero, mio Im-peratore, che questo processo non ci porterà infine ad essere rane in corpi da Titani.

I Lampi. Da cosa originano i lampi di memoria che a volte ci assalgono? Non saprei Mio Signore. Posso solo supporre che questi sconvolgimen-ti della sfera visiva, queste allucinazioni in cui vediamo il mondo come dalla prospettiva di un Titano, siano dei richiami della nostra mente, dei momenti in cui la coscienza cerca di rapportare quello che vediamo a un‟esperienza più vicina a quello che sentiva prima.

Le faccio un esempio; alcuni anni fa mi trovai coinvolto nell‟attacco di alcuni banditi. Uccisero senza alcuna pietà i cittadini del piccolo villag-gio in cui mi trovavo e io stesso mi misi in salvo soltanto in virtù del prode Bushi che mi accompagnava. Per un attimo, davanti ai miei occhi, la scena si trasformò. Vidi un gruppo di Titani, armati fino ai denti, tru-cidare dei Titani indifesi, il tutto si consumava dentro queste strutture gigantesche, così simili agli edifici abbandonati che vediamo nelle fore-ste in cui vivono i Titani selvaggi che sono sopravvissuti fino ad oggi. Credo che sia nato tutto dal mio cervello da rana e dal conflitto che crea con la coscienza da Titano che lo abita.

P.S. sa bene, Mio Signore, che questa parte di manoscritto sono soltan-to teorie e che, per il benessere di tutti, non devono essere divulgate. Il popolo non pensa a queste cose, ed è bene così.

Adesso, mio signore, affrontiamo un argomento che sta particolarmente a cuore a sua Maestà, la classe guerriera dei Samurai.

Dopo il tempo di caos iniziale, quando nacque la seconda generazione di rane, si pose il problema dell‟addestramento di nuovi guerrieri. La memoria del Tempo Prima del Tempo era sfumata, per i nuovi nati e-rano sempre esistite soltanto le rane; suo nonno concesse ai guerrieri che si erano dimostrati più valorosi e leali la fondazione di un Clan, una grande famiglia composta da vassalli e servitori. Divise le terre conqui-state tra questi Samurai, ora capi dei rispettivi clan, e li nominò Daimyo; i Daimyo sono i portavoce dell‟imperatore, grandi proprietari terrieri e a capo delle dinastie nobili che si dividono la nostra terra.

In ognuno di questi territori esistono quattro grandi accademie, le quali raccolgono e istruiscono i figli dei membri di questi clan (ovviamente in un dato territorio esistono anche clan minori, vassalli del clan del Daimyo). Questi giovani iniziano il loro addestramento circa un anno dopo la metamorfosi da girino a rana e dura circa tre anni; come lei ben sa la vita media di noi rane è circa di venti anni. Un Samurai passa quindi un quinto della sua vita attiva (circa quindici anni) ad addestrarsi; all‟uscita da una delle accademie sono rane formate, forti nel pensiero e nel corpo.

Quando una rana di clan festeggia il suo primo anno di età deve sceglie-re un percorso da intraprendere; davanti a lui/lei si aprono diverse stra-de. Può scegliere se affrontare il difficile percorso per dominare le cor-renti della magia e diventare Shugenja, venire affidato alla cura dei Monaci Buddisti per diventare Sacerdote, addestrarsi alle arti della guerra come Bushi oppure passare le dure prove di sopravvivenza del percor-so da Esploratore. In ognuno di questi casi il giovane viene addestrato duramente: la prima parte della giornata la passa imparando a leggere e scrivere, gli viene insegnata l‟arte della poesia e della storia, a far di con-to e i Sutra religiosi; la seconda parte della giornata addestra il suo fisico o affina le sue arti magiche in prove pratiche o di strategia militare. Una volta uscito da una delle accademie egli viene insignito dello status di Samurai e entra a far parte del seguito di un Nobile o del Daimyo stes-so.

A volte i seguiti dei Daimyo sono composti anche da stregoni che impa-rano le loro arti da maestri rinnegati, sacerdoti Shintoisti, Shinobi esilia-ti o addirittura dei Ronin, Samurai senza padrone. Un redattore più or-todosso le direbbe di guardarsi bene da queste figure…io posso dirle che sono risorse preziose per svolgere lavori sporchi e, alla fine dei con-ti, sacrificabili. Affidi la sua vita nelle mani di uno dei suoi Samurai ma, quando deve far sporcare le mia a qualcuno, nessuno è più affidabile di questi loschi figuri.

Noti che i figli dei Daimyo non sono obbligati a entrare a far parte delle accademie, e possono restare nella dimora a studiare la nobile arte della politica. E‟ possibile quindi che i Daimyo siano dei Samurai, ma è an-che possibile che non lo siano affatto.

Passiamo adesso all‟analisi di quella che, sono sicuro, è la principale fonte di orgoglio di sua Maestà Imperiale: il popolo.

Analizziamo adesso la giornata tipica di ogni buon cittadino imperiale di bassa classe sociale. La sveglia avverrà come consuetudine all‟alba, un ottimo orario estivo per via della frescura mattutina e invernale per la scarsità di predatori in attività. Il primo pasto si svolge di solito a base di mosche o vermi, allevati o cacciati direttamente tra la casa e il luogo del lavoro. Il contadino tenderà a nutrirsi il più possibile in questo momento, non vedrà altro cibo fino a cena probabilmente!

Una volta raggiunto il suo luogo di lavoro si spoglia fino a rimanere o del tutto nudo oppure con un piccolo perizoma di tessuto; si mette to-sto a svolgere la sua attività, che sia l‟allevatore di mosche, il contadino oppure il minatore. Lavorerà alacremente fino quasi al tramonto, mo-mento in cui porterà il ricavato della sua giornata lavorativa in uno dei grandi magazzini adibiti in ogni città. Come Lei sa certo, i suoi esattori passano a intervalli regolari per ritirare la merce stoccata nei magazzini.

Al contadino è concesso, nella Sua lungimiranza, tenere per se il fabbi-sogno della sua famiglia; potrà consumarlo se è cibo o scambiarlo se si tratta di altri preziosi beni. Comunque, queste quantità e la riscossione delle tasse sono solitamente affidate al Daimyo locale.

Una volta a casa si comincia a preparare la cena, che verrà servita cotta oppure marinata, e si aspetta l‟arrivo del capofamiglia; a quel punto si potrà mangiare fino ad essere pieni, rendendo grazie a sua Maestà Im-periale.

La notte viene passata in una stanza comune, a letto presto perché l‟alba non tarderà ad arrivare. Queste giornate si susseguono senza tre-gua, tranne per le festività che Suo nonno indisse, come “Il giorno del pesco vittorioso” o “La settimana del sole”; diciamo che, a un conto approssimativo, il contadino potrà riposarsi dal lavoro per circa 19 giornate l’anno. Sia lodata la Miserciordia dell‟Imperatore! (Nota: a vol-te al popolano toccherà lavorare anche in quelle date; il raccolto non si miete certo da solo. In quelle occasioni comunque il capofamiglia ha diritto alla giornata di riposo).

Andiamo adesso a analizzare la giornata tipo dei suoi Nobili.

Il nobile si sveglia all‟alba; non vorrà certo essere di meno del contadi-no! Recita i suoi Sutra, scrive alcune poesie e fa una abbondante cola-zione a base di carne marinata, tartare di mosca o vermi al guazzetto ac-compagnati da abbondante riso. Verso metà mattinata, quando il caldo aumenta, di solito si abbandonerà a un pisolino che dura fino a metà pomeriggio. Al risveglio è pronto per uscire, si veste con degli abiti fatti di tessuto di seta e calza degli zoccoletti di corteccia. Esce e visita le sue proprietà, fa visita alle sue concubine e, in generale, svolge le pressanti e impegnative consegne che l‟imperatore gli ha affidato. Benedetto il po-polano che vive senza questi pensieri!

Verso il tramonto i suoi servitori preparano per lui, la sua famiglia e gli invitati alla sua tavola, signori sui pari con cui intrattiene complesse atti-vità diplomatiche, delle deliziose e ricercate pietanze: forse vermi di Hokkaido, mosche di Osaka o riso brillato di Kyoto (una volta un mo-naco si prese la briga di fare una lista delle pietanze più prelibate del Giappone. Cercherò di trovarla e inserirla in questo scritto).

Consumata la cena, ormai a notte avviata, è il tempo per l‟amore. Il no-bile consegnerà le poesie scritte al mattino alla dama da lui corteggiata per poi, complice dell‟oscurità, entrare di nascosto nella camera da letto di detta signora e consumare l‟atto amoroso. Il tutto completamente al buio, spesso travestito. Si raccontano cento e più storie su amanti in-gannati o scambi di persona!

(la sfera sessuale di noi rane è assai complessa come lei ben sa; queste incursioni notturne sono dettate dalla tradizione, non è raro che una rana maschio cambi sesso per essere corteggiata da un‟ altra rana ma-schio, o viceversa)

La prassi richiede che il nobile faccia ritorno alla sua dimora un pochi-no prima dell‟alba, dove dormirà qualche ora in vista di un‟altra impe-gnativa giornata.

Parliamo ora delle religioni principali che si agitano nel suo impero.

All‟interno del calderone che è il Giappone in questo periodo si muo-vono tre principali correnti religiose: il Buddismo, lo Shintoismo e il Confucianesimo. Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare queste tre religioni hanno tutte uno spazio nella vita di ogni giorno e, sebbene una persona possa dirsi Buddista o Shintoista o Confuciana, seguirà, anche a livello istintivo, i precetti di tutte e tre. Analizziamole con ordine

Il Buddismo

Le rane del Giappone modellarono il Buddismo secondo le loro parti-colar esigenze. I pilastri di questa religione: la transitorietà di tutte le co-se, la credenza in una vita dopo la morte e della retribuzione del bene e del male si sono radicati a fondo persino nella mentalità della classe guerriera, tralasciando completamente le remore Buddiste verso la soppressione della vita e la violenza. Persino i Monaci Buddisti in que-sta terra sono pronti a prendere le armi per difendere i loro interessi; cosa, tra l‟altro, che succede abbastanza spesso. Questa discrepanza è naturale in un popolo che non comprende il concetto di eresia; pren-dono da ogni cosa ciò che gli serve e che sembra essere positivo per lo-ro, tralasciando il resto.

Il Buddismo presso i nobili è fatto da sfarzo assoluto, cerimonie ricchis-sime e Sutra imparati a memoria; le più alte cariche dei monasteri o, in ogni caso, religiose sono affidate a parenti dell‟Illustre Imperatore e a nobili di alto rango. La vita religiosa è strettamente intersecata con quel-la politica. Presso i poveri invece si tratta maggiormente di semplice de-vozione, la cui salda fede assicurerà una meravigliosa vita dopo la morte affidandosi al Budda Amida. La discendenza Imperiale, originata dal Kami Amaterasu, la signora della luce, si associa nel Buddismo al Budda solare, creando una so-vrapposizione giustificabile soltanto con la connessione e la difficile scissione del Buddismo dallo Shintoismo

Shintoismo

Lo Shinto è la Via dei Kami, la religione originaria del Giappone. Men-tre il Buddismo si occupa degli affari successivi alla morte lo Shinto si occupa di tutto quello che riguarda la vita di una persona. Matrimoni, nascite , funerali, festività e altre occasioni sono tutte occasioni di pre-ghiera e di raccomandazione presso i Kami, tramite offerte, danze o al-tre cerimonie. Lo Shinto non ha scritture nè tesi sacri nè dogmi; il po-polo lo comprende a livello istintivo, è consapevole intuitivamente dei Kami nel più profondo di se stesso. Esistono numerosi resoconti di a-zioni di Kami, senza mai identificare una divinità assoluta tra di loro; ognuno ha il proprio carattere e i propri desideri. Non vi è infatti una distinzioni precisa tra il bene e il male, l‟uomo commette il male soltan-to perché in quel momento è in disaccordo con la natura, è impuro. A volte il male paragonato a una sorta di malattia, malattia alla quale si può porre rimedio tramite purificazioni rituali e digiuni.

La discendenza Imperiale è fatta risalire a Amaterasu, il Kami che ha come competenza il sole e tutta la luce in generale.

Ma cosa sono i Kami di preciso? Sono degli spiriti o dei fenomeni na-turali adorati dalle rane. Possono essere elementi del paesaggio, forze della natura o anche qualità di essere (esiste per esempio Hachiman, Kami della Guerra, come esiste un Kami della tristezza etc etc); in alcu-ni casi particolari possono essere anche spiriti associati a defunti parti-colarmente influenti o di successo in vita.

Confucianesimo

Il Confucianesimo ha un gran riscontro in Giappone soprattutto a livel-lo della casta guerriera; uno dei suoi precetti generali “la pace nel mondo può essere assicurata soltanto dalla forza o dalla potenza delle armi” giustifica e alimenta la foga guerriera dei Samurai. Questa dottri-na sprona inoltre la conoscenza individuale “dovendo la conoscenza accoppiarsi alla fede”, creando di fatto la base per una casta di guerrie-ri/poeti/filosofi.

Il confucianesimo inoltre compenetra e sviluppa anche il Buddismo, dando vita a quella che è la setta dello Zen, la quale si sviluppa anche intorno ad affermazioni come “fare senza far niente”; si sviluppa anche dentro lo Shinto, introducendo in esso la dualità e tante delle pratiche divinatorie cosi in voga a corte in questo periodo.

Si può vedere come le diverse religioni hanno contribuito tutte a creare le rane come oggi le conosciamo, intrecciandosi tra di loro e creando una forma di religione unica e molteplice; lo stesso codice del Bushido incorpora dalla pietà Buddista all‟adorazione degli antenati tipica dello Shintoismo alla determinazione tipica del Confucianesimo.

Affrontiamo adesso un argomento spinoso, il Bushido, ovvero la filoso-fia dell‟azione

Il bushido è il codice d‟onore su cui si basa il comportamento di tutta la casta dei samurai. Una piccola divagazione storica; non deve credere che questo codice sia sempre esistito. All‟inizio dei tempi i guerrieri tan-to onorevoli che conosce erano dei semplici mercenari, venuti dalle no-stre provincie dell‟est con i loro cavalli oppure degli indomiti guerrieri boscaioli dalle provincie del nord. Aiutarono i Titani contro le invasioni di quelli che chiamavano “Mongoli”. Una volta cessato il pericolo mon-golo restarono alle dirette dipendenze dei nobili locali; erano però dei grezzi barbari interessati soltanto al combattimento. Solo dopo decenni di contaminazione culturale da parte della capitale e da parte della no-biltà cittadina siamo arrivati al nobile guerriero che conosciamo, versato tanto nelle arti e nella religione quanto nella guerra e nella spada. Ana-lizziamo ora il codice e i suoi punti fondamentali

Gi: onestà e giustizia

Il samurai è sempre certo delle proprie azioni, la giustizia proviene da lui e dai valori che lui rappresenta, lui sa sempre ciò che è giusto e ciò che è sbagliato

Yu: eroico coraggio

Nascondersi come una tartaruga non è vivere. Questo è il fondamento della filosofia dell‟azione. Pensare e agire sono la stessa cosa per il sa-murai. Quando ha deciso un corso di azione nulla potrà distoglierlo, nemmeno la paura della morte

Jin: compassione

Il samurai deve mettere la sua forza al servizio del popolo, approfittare di ogni occasione per aiutarlo in ogni modo. Questo a volte può entrare in conflitto con gli ordini da lui ricevuti; starà a lui non far entrare in conflitto i suoi due doveri: quello verso il padrone e quello verso il po-polo

Rei: gentile cortesia

Il samurai è sempre gentile e corretto, anche con i propri nemici. Si mostra loro sempre rispettoso. Il miglior combattimento è quello evita-to

Makoto: completa sincerità

Il samurai è sempre sincero, nelle azioni come nelle parole. Non ha bi-sogno di dare la parola o di promettere, anzi, molti samurai si sentono insultati quando queste cose vengono richieste

Meyo: onore

Il samurai è il solo giudice di se stesso, solo lui si conosce a fondo

Chugi: dovere e lealtà

Il samurai è SEMPRE responsabile delle proprie azioni e delle azioni delle persone a cui è fedele o di cui è custode

Ovviamente, mio signore, il codice viene recepito e ascoltato in manie-ra differente da ogni samurai. Tutti, chi più chi meno lo rispettano, ma, come è normale, ogni rana ha la sua personalità e i suoi desideri e può recepire o interpretare gli aspetti del codice in modo diverso da un suo fratello

Eccoci ora mio signore al dunque, un prospetto sul nostro peggior ne-mico, gli Oni

 

Nessuno sa con precisione perché il portale si sia aperto, menti più por-tate della mia si sono poste questa domanda senza trovarvi risposta. Quello che sappiamo è che, dopo il grande rituale del risveglio, il vorti-ce è entrato in una sorta di quiete. Il numero degli Oni prima del ritua-le è riportato da alcuni documenti dei titani come “incalcolabile”, in re-altà attualmente non credo che superi il paio di centinaia. Io credo che molte delle loro menti e dei loro poteri non si siano adattati alla loro nuova forma, oppure abbiano scelto di loro volontà di tornare nel luo-go di dolore che li ha generati

Il loro capo, Ura, è tuttavia rimasto nel nostro mondo, possedendo un enorme cervo bianco; non so fino a che punto siano organizzati o se abbiano un piano definito, quello che sembra a me è che si divertano a seminare dolore e angoscia tra le altre creature, soprattutto tra le ra-ne…se poi fa tutto parte di un piano superiore non oso neanche imma-ginarlo!

E‟ noto che un Oni non può mai essere ucciso veramente, ogni volta che una di queste creature muore lo spirito maligno si reincarna in un nuovo nato, portandosi dietro tutta la sua malvagità e memoria. Si sa di Oni che hanno portato avanti la loro vendetta e la loro ossessione no-nostante siano già stati sconfitti, arrivando ad attaccare i figli dei valorosi eroi che li uccisero. In questi nuovi nati il sangue demoniaco non si ri-vela fin da subito ma viene spesso risvegliato dal raggiungimento della maturità sessuale o da alcuni eventi traumatici

Che cosa possiamo fare noi per limitare la minaccia di questi demoni? Vigilare sempre, mio signore. E‟ triste da dirsi, ma dobbiamo controlla-re i nostri figli e i nostri nipoti, l‟evento è raro ma è già successo che un Oni non rivelato abbia portato a scontri mortali tra dei clan o delle fa-miglie; se uno di loro divenisse Daimyo o peggio…non posso pensarci. Altre volte quelle che sembravano semplici bande di gentaglia dedita al banditismo si sono rivelate capeggiate da un Oni dedito al saccheggio e alla rovina. Difficilmente due Oni si alleano tra loro, ma tendono a at-trarre seguiti di animali selvaggi o senza scrupoli, che poi usano e sacri-ficano a loro piacimento. Temo il giorno in cui Ura riunirà quelli della sua specie e tutti i loro seguaci; sarà la rovina di tutte le creature viventi

Adesso parliamo dei nemici naturali della nostra specie

9

Siamo un popolo assediato? Sicuramente lo eravamo. Adesso, mio si-gnore, io credo di no. Le nostre città principali hanno alte mura, grandi specchi d‟acqua per la difesa e la fuga. Capita che un villaggio periferico sia distrutto da un lupo, un orso o uno stormo di uccelli ma, per quello che ho constatato, il popolo tende a considerare questi eventi al pari di un terremoto o della collera di una divinità; cose, cioè, inevitabili

Non scambi questo sentimento per rassegnazione, è in realtà stoicismo. Hanno accettato quello che non possono cambiare. Non possono fer-mare un branco di lupi più di quanto possano cambiare il corso del fiume. Certo, i samurai e i mercenari difendono i villaggi e le città dai pericoli vaganti, da animali solitari, bande di predoni, incursioni di donnole etc etc ma sono sempre pronti a evacuare e ricominciare qual-che miglio più in là in caso di pericolo estremo. Conosco anche posti nei quali la popolazione viene attaccata ogni primavera da stormi di uc-celli o da altri pericoli e loro, imperterriti, difendono le loro case tutti gli anni. Che ci si sposti o che si combatta senza tregua noi rane abbia-mo imparato a convivere con questo mondo ostile, lo abbiamo accetta-to e ci siamo adattati.

La percezione nelle grandi città è diversa sicuramente, abbiamo più co-noscenze e consapevolezza ma, sinceramente, è bene che il popolo conservi la propria natura così come noi nobili conserviamo la nostra; non possiamo dotare ogni villaggio delle alte mura di Edo o i complessi sistemi di difesa acquatici di Tobato. L‟accettazione è il primo passo per la felicità

Qui di seguito è riportato il frammento di un testo dei titani; lo ho ritro-vato ieri in un tempio in rovina. Anche adesso abbiamo il campo base in queste antiche mura soffocate dalla vegetazione. Io non sono in gra-do di leggerlo, ma sono sicuro che uno dei suoi saggi potrà decifrarlo con tutta calma

…il popolo approverà mio signore. D’altra parte, a loro non sarà data nes-suna scelta. Bene, come da voi richiesto i dettagli del rituale. I nostri Shu-genja più promettenti hanno passato gli ultimi mesi a studiare e preparare le parole giuste da dire, sottraendosi così al dovere dalla guerra. Adesso, siamo sull’orlo della catastrofe; soltanto il rituale ci potrà salvare. Lo ab-biamo chiamato “Rituale del risveglio”; il suo scopo ultimo è infondere nelle creature più umili un barlume di intelligenza umana, una consapevolezza, seppur limitata, che ci aiuterà ad aver ragione dei demoni. Ha mai sognato di guidare un branco di lupi in battaglia? Tra qualche giorno quel sogno sarà realtà. La nostra energia magica agirà da catalizzatore per il risveglio di un dato numero di animali; si presume che per tutta la durata dell’incantesimo (circa un secolo o poco più) questo numero rimarrà costante causando un effetto molto simile alla ruota karmica della reincarnazione. Le coscienze dei singoli animali, alla morte, verranno purificate e si “reincarneranno” in un nuovo nato. Questo è un effetto voluto, non vorremmo che, finito il pe-ricolo, le creature senzienti si moltiplicassero così tanto da sopraffarci (so-prattutto se venissero a sapere che la loro condizione non è permanente). Adesso le note dolenti. Il rituale richiederà una grande precisione nella sua formulazione e, cosa molto peggiore, un grande sacrificio. Saranno le nostre stesse vite a sostenere l’energia magica del rituale; al suo culmine ognuno di noi eseguirà il Seppuku. Sarà sufficiente una parola fuori posto o un co-dardo tra le nostre fila per causa…


IL RICETTARIO DEL MONACO

Numerose sono le ricette famose in Giappone, sia laddove la nostra ar-te culinaria abbia raggiunto l‟apice, sia in quei villaggi di contadini in cui la povertà la fa da padrone. Ecco qui una lista dei cibi più deliziosi in cui mi sono imbattuto nel pellegrinaggio dei cento templi

- Riso brillato saltato con alghe

- Filetto di mosca cruda con spolverata di erbe

- Verme di terra marinato in decotto di erbe e limone

- Zampe di ragno annodate e in salsa di lumaca

- Zuppa di cipolla e mela, ali di mosca e testa di verme a insaporire

- Carpaccio di lumaca insaporito con olio di pesce

- Escrementi di scarafaggio essiccati sotto sale per dieci giorni

- Un fagiolo fermentato e poi avvolto in lardo di chiocciola

- Zanzara saltata e fritta

- Grillo crudo

Documentation

Everyone